Il vero protagonista del film è il vuoto emotivo, affettivo, progettuale, incarnato nei volti, nei corpi, negli spazi fisici, dei giovani protagonisti; la macchina da presa cinematografica, partecipe, ma distaccata, con la sua capacità di avvicinarsi e cogliere ogni micro variazione espressiva, è ideale per costruire un racconto intimo, narrato attraverso un linguaggio visivo inesprimibile a parole.

Un vocabolario dell’animo umano alla cui redazione concorre la fisicità dei paesaggi urbani che non rimangono sullo sfondo delle vicende, ma balzano in primo piano, come ne “L’avventura” di Antonioni; o in Germania anno zero di Rossellini, in cui le macerie degli edifici bombardati rimandano al disastro etico e morale della seconda guerra mondiale.

Per tradurre la temporalità del film, il Presente Assoluto, si adotta uno stile di ripresa ispirato a “Elephant” di Gus Van Sant, in cui le lunghe carrellate a precedere e a seguire i personaggi penetrano oltre la fisicità per rendere visibile il mistero indefinibile della coscienza.

Il vuoto interiore dei personaggi riverbera esteriormente nei vuoti architettonici metropolitani, attori principali nella costruzione del senso del film, amplificati e distorti maggiormente dall’uso di ottiche grandangolari.

Milano, con le sue piazze, le lunghe strade, l’architettura moderna, le periferie deserte e abbandonate, le fabbriche dismesse, la sua altera eleganza, ma anche la prerogativa di porre in anticipo le importanti questioni etiche e morali del nostro tempo, è la location naturale per ospitare le vicende del film, come una metropoli europea indifferente ed estranea, ma in fervente attesa del cambiamento che verrà.

“Da bambini c’hanno spiegato che questo era il migliore dei mondi possibili, che abitavamo un autentico paradiso terrestre, c’hanno detto che eravamo nati per vincere, che non potevamo commettere errori, perché avevamo tutte le possibilità e le opportunità per avere successo, ma non è andata proprio così…”

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